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Quanto conosci la qualità dell’aria che respiri?

Quanto conosci la qualità dell’aria che respiri?

In un solo giorno un adulto fa dai 17.280 ai 28.800 respiri, un bambino dai 30.240 ai 43.200 mentre un neonato respira dalle 43.200 alle 86.400 volte in un solo giorno; questi numeri ci portano ad avere un'idea dell’impatto che la qualità dell’aria che respiriamo può avere sulla nostra salute. 

Infatti, l'aria che respiriamo è un elemento importantissimo per la salute e il benessere del nostro corpo. La qualità dell’aria è uno dei fattori che caratterizza lo stato di benessere e le prospettive di vita di tutti noi cittadini, sia per gli ambienti esterni sia per gli ambienti indoor.  

L’inquinamento atmosferico è dovuto principalmente a concentrazioni differenti in aria di monossido di carbonio (CO), ozono (O3), biossidi di zolfo (SO2), biossidi d’azoto (NO2) e particolato, è tra i principali fattori di rischio ambientale per la salute in Europa e in grado di generare effetti avversi su scale temporali di durata differente.  

Quando si parla di inquinamento atmosferico, come ad esempio stop alla circolazione dei mezzi più inquinanti per superamento soglie si fa riferimento molto spesso al particolato atmosferico con dimensioni inferiori a 2,5 mm con il termine PM2,5 e al particolato con dimensioni inferiori a 10 mm con il termine PM10. Quest’ultimi due sono i principali parametri di riferimento usati nelle normative internazionali, nazionali e regionali e oggetto di studi epidemiologici per l’analisi degli effetti sanitari legati di all’esposizione al materiale particolato sospeso in aria. 

Numerosi studi internazionali hanno dimostrato l’esistenza di uno stretto legame tra le concentrazioni elevate di PM10 e PM2,5 nell’aria e l’incremento della mortalità e di ricoveri legati a patologie polmonari e cardiovascolari; la popolazione più giovane e più anziana affetti da asma o da malattie croniche sono le fasce dove la correlazione risulta più forte. 

Nel mese di ottobre 2021, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha inserito ufficialmente all’interno della lista dei diritti universali ed inviolabili dell’uomo il diritto di vivere in un ambiente che sia salubre, pulito, sano e sostenibile, segnando così una pietra miliare assai importante per la lotta all’inquinamento atmosferico [https://unipd-centrodirittiumani.it/it/news/Il-Consiglio-per-i-Diritti-Umani-delle-Nazioni-Unite-riconosce-la-necessita-di-un-ambiente-sano-come-diritto-umano/5890]. 

In Italia la giurisprudenza ha avuto il ruolo di riconoscere, tramite varie sentenze storiche, il valore del diritto a vivere in un “ambiente salubre”, ricollegandolo al diritto alla salute dell’art.32 della Costituzione. Tramite le recenti modifiche degli artt. 9 e 41 Cost. che hanno aggiunto la tutela dell’ambiente, degli ecosistemi e della biodiversità, si è iniziato a promuovere un interesse maggiore verso la sostenibilità ambientale anche a livello giuridico, istituzionale e normativo. 

In un orizzonte di obiettivi più vasto, anche gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 (meglio noti con l’acronimo SDGs) definiscono target ambiziosi per il miglioramento delle condizioni di salute, ambientali e climatiche per un futuro migliore: in particolare, il Goal 3 “Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età” e il Goal 11 “Città e comunità sostenibili”, con il target 11.6 volto a promuovere “la riduzione dell’impatto ambientale negativo pro capite delle città, in particolare riguardo alla qualità dell'aria e alla gestione dei rifiuti entro il 2030”. 

Lo status quo della qualità dell’aria in Europa mostra un miglioramento delle condizioni generali nell’ultima metà del secolo; tuttavia, i risultati non sono ancora del tutto accettabili a causa di un elevato tasso di emissioni inquinanti in atmosfera, causa di una società che risulta essere sempre più industrializzata e densamente abitata. L’aumento della popolazione comporta infatti, ancora oggi, un aumento dei consumi, quindi della produzione di beni e servizi, del trasporto e di consumo di energia. 

Le cause sono da ricercare principalmente nelle emissioni generate dall’attività antropica ed in particolare dal settore dei trasporti (principalmente nei conglomerati urbani), dal settore industriale e della produzione energetica ma non solo. Sono da considerarsi non trascurabili anche le emissioni da combustione di biomassa legnosa per il riscaldamento domestico e le emissioni inquinanti dei precursori il particolato atmosferico derivanti dal settore agricolo e dell’allevamento di bestiame. 

All’interno regioni italiane si sono registrate molte situazioni in cui le centraline di rilevamento delle polveri sottili nell’aria hanno registrato il superamento dei limiti imposti dal d.Lgs n.155/2010 “Attuazione della direttiva 2008/50/CE relativa alla qualità dell’aria ambiente e per un’aria più pulita in Europa” e di quelli presenti nelle nuove linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (che pongono vincoli ancor più stringenti con l’aggiornamento del 2021_ https://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=5639 ). 

Nello specifico, i nuovi valori limite imposti dall’OMS per il particolato nell’aria sono: 

  • Valore annuale di 5mg/m3 e di 15 mg/m3 nell’arco delle 24h per il PM2,5; 
  • Valore annuale di 15 mg/m3 e di 45 mg/m3 nell’arco delle 24h per il PM10. 

Nel 2019, in base a quanto riportato nell’”Annuario in Cifre 2020” redatto da ISPRA (Istituto Superiore per la protezione e la Ricerca Ambientale) e SNPA (Sistema Nazionale Protezione Ambiente), oltre il 65% delle stazioni hanno rilevato un superamento dei valori limite annuali per il PM10 e l’80%, invece, per i valori limiti annuali del PM2,5. 

Le regioni italiane che mostrano le maggiori criticità sono quelle in cui è presente una concentrazione significativa di poli industriali e una densità abitativa elevata. Tra queste si citano: le regioni caratterizzate dalle distese pianeggianti e dalle valli della Pianura Padana (in cui i fattori morfologici e climatici influenzano decisamente le condizioni della qualità dell’aria), alcune zone della Valle del Sacco nel Lazio, parte della costa adriatica e gli agglomerati di Napoli e Caserta in Campania. 

La zona alpina, sub-alpina, gli appennini e la costa tirrenica sono, invece, le aree italiane in cui la concentrazione media annuale di PM risulta essere inferiore ai limiti. 

Nonostante questo, la situazione italiana mostra un miglioramento delle condizioni dell’inquinamento atmosferico: l’andamento storico (1990-2018) relativo ai PM10 e PM2,5 è risultato essere decrescente e rispettivamente del 40% e del 38% [Position Paper “Gruppo di Lavoro sul Goal 11-Qualità dell’aria”, ASviS, maggio 2022]. 

Tra il 2010 e il 2019 è stata osservata una riduzione annua del 2,5% che indica, quindi, un risultato positivo delle politiche adottate per la riduzione delle fonti emissive di inquinanti atmosferici [Annuario in Cifre 2020, ISPRA e SNPA]. Però l’allerta sull’inquinamento deve essere mantenuta alta, basti pensare che nel solo 2019, si stimano circa 60.000 morti premature a causa dell’esposizione prolungata ad alti livelli di particolato atmosferico, ovvero l’insieme di particelle atmosferiche allo stato solido e liquido, di origine naturale e antropica, sospese in aria e che riescono a penetrare nelle zone più profonde dell’apparato respiratorio provocando seri effetti patologici. 

Per permettere il ristabilirsi delle migliori condizioni ambientali e di qualità dell’aria l’adozione di politiche ambientali, di sviluppo economico-industriale e di mobilità sostenibile più stringenti in termini di emissioni inquinanti sono condizioni necessarie ma non sufficienti. 

Sviluppo tecnologico, innovazione e un cambiamento di paradigma nello stile di vita dei cittadini sono di fondamentale importanza per poter traguardare uno sviluppo del pianeta che sia sostenibile e per permettere il disaccoppiamento tra sviluppo economico, qualità della vita ed emissioni climalteranti. 

Ancora maggiore attenzione deve essere posta sulla quantità di inquinanti e bio-inquinanti all’interno degli ambienti chiusi, in quanto le concentrazioni delle sostanze pericolose può essere molto superiore rispetto all’esterno (fino a 5 volte maggiore) soprattutto nei casi di sovraffollamento, scarsi ricambi di aria e attività umane svolte all’interno degli ambienti. La  

Pandemia da virus SARS COV 19 ha fatto accendere i riflettori sulla tematica, ma non bisogna fermarsi a pensare che l’unico rischio degli ambienti chiusi.  

È necessario individuare strategia che permettano la corretta gestione della qualità dell’aria negli ambienti chiusi, il primo passo è un monitoraggio costante dei valori delle concentrazioni di inquinati quali particolato, CO2 e TVOC, garantire la corretta areazione ma soprattutto di individuare sistemi che permettano il filtraggio e la sanificazione dell’aria al fine di garantire il benessere, il comfort e la sicurezza degli ambienti chiusi soprattutto in caso di affollamento. 

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